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Tradizioni

I procidani sono molto religiosi e legati alle tradizioni. Nella settimana Santa Procida si veste di tradizioni come non mai. La domenica delle palme tutte le donne dell' isola dai 4 anni in poi prendevano parte ad un corteo di penitenza durante il quale erano oggetto di scherno da parte dei ragazzi isolani. Si racconta che queste ragazze, guidate da un prete, seguivano una croce coperta da un velo con dei fiori con un telo ricamato sulla testa ricordando l'entrata di Gesù in Gerusalemme.
Il giovedì santo dodici fratelli prendono parte alla suggestiva processione dei dodici apostoli ripercorrendo le ultimi fasi della vita di Gesù. i confratelli della congrega dei bianchi con il priore, i cerimonieri e il centurione incappucciati e con una corona di spine sulla testa  s incamminano lentamente per le strade dell' isola con una croce di legno sulle spalle, mantenendosi ad alcuni metri di distanza l uno dall' altro. Al termine della processione si svolge la funzione detta dell'Ultima cena. I confratelli, dopo aver scoperto il capo, si dispongono intorno ad un tavolo consumando l ultimo pasto.
Nella notte tra il giovedì e il venerdì santo i fedeli si recano nella chiesa della Congrega dei turchini dove è abitualmente conservata la statua del cristo morto e lo accompagnano in processione sul borgo di Terra Murata. Qui in seguito alla “chiamata” del più anziano confratello dei turchini viene stabilito l' ordine della processione L inizio della processione è annunciato dal suono della tromba e da un rullo di tamburo. Al corteo oltre alle statue prendono parte i “misteri”, che i ragazzi procidani allestiscono nel periodo della quaresima nei vari portoni dell'isola e che rappresentano scene della vita di Cristo, i bambini vestiti da angioletto con un abito nero ricamato in oro. La processione si conclude con la statua lignea del Cristo morto.
Anticamente nel pomeriggio del Venerdi' Santo veniva effettuato il rito della “schiuvazione” consistente nello schiodare il Cristo dalla croce e  deponendolo in un lenzuolo. Questo rito prevedeva la ricostruzione nei minimi particolari dello scenario della crocifissione di Gesù con la rappresentazione dei personaggi presenti (Giudei, S.Giovanni, Madonna ecc..).
Ancora oggi viene praticata l “Agonia” in cui si commentano le ultime sette parole che Gesù pronunciò sulla croce creando un atmosfera mistica che coinvolge emotivamente tutti i fedeli e che viene seguita dalla cosiddetta “Messa Secca”(una messa priva del rito della consacrazione dell' Eucaristia).

L 8 maggio si svolge la processione in onore dell' apparizione di San Michele Arcangelo Patrono dell' isola. Il corteo, composto dalle varie confraternite locali e dalla statua argentea del santo, realizzata nel 1727 dagli argentieri fratelli Avellino su disegno di Domenico Vaccaro, si snoda per le strade dell ‘isola.

Altra particolare tradizione è: la Processione del Corpus Domini con l' addobbo dei 4 altari alla quale prendono parte clero e congreghe.

In occasione del 15 agosto festività dedicata all' assunzione al cielo della vergine le donne del quartiere si riuniscono all' aperto recitando cento Ave Maria intercalate da versi alquanto singolari

“Cara signora ca n'cielo tu vai
r me peccatore nun t scurdà,
comm è bell r murì
a le braccia di Maria
a lu pietto r Gesù
chest voglio e nient cchiù”.

Altra particolare celebrazione avveniva la prima domenica di ottobre in occasione del saluto tra S:Michele Arcangelo e la Madonna del Rosario. Le statue dei due santi venivano posizionate in due navate opposte della stessa chiesa e messe una di fronte all' altra in segno di saluto.

Il 29 novembre ha inizio la novena per L ‘Immacolata con un corteo in cui i bambini agitano dei campanelli incitando la venuta di Maria in mezzo a loro.

In estate si svolge ormai da quasi sessanta anni la “Sagra del mare” manifestazione in cui viene eletta la ragazza più bella dell'isola in omaggio alla storia di Graziella giovane fanciulla procidana che; invaghitasi del poeta Alfonso La Martine , morì di crepacuore quando quest'ultimo se ne tornò in Francia. In tale occasione le fanciulle sono tenute ad indossare un tipico costume procidano composto da un cappottino, o zimarra di seta rosso o verde ornata da un meraviglioso ricamo in oro, al di sotto  spicca una sottana di damasco di colore giallo avorio e sopra quest'ultima, un grembiule cremisi, orlato  anch'esso d'oro, completa il vestito.
Questo costume resta incorniciato da uno scialle di seta di colore avorio, orlato di una frangia, il quale scende sul petto e resta fissato da un ricco spillo d'oro, completano la decorazione gli orecchini e una lunga collana d'oro, i capelli avviluppati nel “crespo”(caratteristico fazzoletto), mentre sobrie pantofole, ricamate in oro senza tacchi alti, calzano soltanto la punta del piede.
In questa occasione vengono organizzate gara agonistiche tra giovani isolani come il cosiddetto       “ palo e sapone”, il canottaggio e la gara delle “tinozze”. 

 

COSTUMI

Erano splendidi, abbaglianti di porpora ed oro, come un ricordo di Oriente: vesti turchese nella lunga zimarra rutilante di grevi aurei ricami; un accenno di spagna nello scialletto chiaro, castamente fermato sulla gola da uno spillo gemmato.

Un serico fazzoletto annodato a cuffia dava risalto all'onda bruna dei capelli, mentre un ampio grembiule scuro componeva vaghi drappeggi. Fra zimarra e grembiule appariva la fulgida gonna di broccato fiorita come un' aiuola, ricca di armoniose cadenze di pieghe. Un ventaglietto-pretesto per un civettuolo “abanicar” come dicono gli spagnoli- orecchini di corallo lavorato a Torre del Greco e, punte acute, scarpette bianche completavano la grazia del costume che conferiva alle belle donne dell'isola imponenza da sultana, misteriosa malia…

Nella quiete conventuale del Conservatorio delle Orfane, nel silenzio intimo delle case bianche, negli orti fragranti di agrumi in fiore, all'ombra dei pergolati, donne e fanciulle, spesso in attesa d'amore, ricamavano nel raso lucente di San Leucio sulle zimarre complicati arabeschi d'oro, mentre il pensiero vagava inquieto come per ritrovare la scia degli agili velieri procidani, solcanti tutti mari della terra. Talvolta a mezza voce qualcuna cantava una canzone, la stessa che sotto le stelle della Croce del Sud, sospiravano i marinari di Procida malati di nostalgia:

Voca! Voca! ‘A ‘i ‘cca Procita, nera
Sotto ‘o cielo sereno e stellato:
a' vi ccà, mmiezz'a st'aria d'a sera,
tale e quale a nu monte affatato…

Le grandi solennità sacre, meridionalmente fragorose di spari esplendenti di luminarie, ricorrenti nell'isola quando la vendemmia profuma l'aria, costituivano fantasmagoriche rassegne di costumi femminili. Al calar della sera le belle isolane intrecciavano frenetiche tarantelle, componendo strani ritmi di una bellezza remota e pagana

(Da un articolo di Carla Zambonini in “Illustrazione del Sud,” tratto da un opuscolo edizione 1949 comune di Procida)

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